La scommessa collettiva di Adinolfi passa al vaglio dei giudici tra flussi bancari e investimenti non autorizzati
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Mario Adinolfi si è presentato davanti al giudice per le indagini preliminari di Roma per l’interrogatorio di garanzia nell’inchiesta sulla cosiddetta scommessa collettiva, il sistema attraverso il quale, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero state raccolte somme di denaro da numerosi partecipanti con la prospettiva di ottenere guadagni collegati alle scommesse sportive. L’ex parlamentare, sottoposto agli arresti domiciliari, ha respinto le accuse e ha sostenuto di non avere organizzato alcuna truffa, ma di avere gestito un’attività di gioco condivisa con persone che avrebbero aderito volontariamente.
Il procedimento, coordinato dalla Procura di Roma e sviluppato attraverso gli accertamenti della Guardia di Finanza, riguarda ipotesi di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo della raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Il danno stimato dagli investigatori sarebbe vicino ai 4,7 milioni di euro. Si tratta, tuttavia, di una ricostruzione ancora sottoposta al vaglio dell’autorità giudiziaria, rispetto alla quale Adinolfi conserva la presunzione di innocenza.
Nel corso dell’interrogatorio, l’indagato ha rivendicato la liceità del meccanismo e ha descritto i partecipanti come persone consapevoli, tra le quali vi sarebbero stati professionisti, docenti universitari, notai e soggetti conosciuti pubblicamente. Secondo la sua versione, le somme sarebbero state trasferite spontaneamente, senza pressioni o raggiri. Adinolfi ha inoltre sostenuto che una parte significativa del denaro sarebbe stata restituita, richiamando il caso di una partecipante che, dopo avere versato 30 mila euro, ne avrebbe ricevuti 50 mila.
La difesa insiste sulla necessità di ricostruire integralmente entrate e uscite. I legali Pablo De Luca e Riccardo Di Lorenzo hanno chiesto la revoca della misura cautelare, sostenendo che l’analisi dei flussi dimostrerebbe una sostanziale corrispondenza tra somme ricevute e somme restituite. Secondo la prospettazione difensiva, a fronte di circa un milione e mezzo di euro indicati come denaro in uscita, sarebbero rientrati ai partecipanti circa un milione e trecentomila euro. Questa vicinanza, secondo i difensori, sarebbe incompatibile con un sistema costruito fin dall’inizio per appropriarsi del denaro altrui.
Anche sul piano fiscale Adinolfi ha contestato l’impostazione accusatoria. Ha sostenuto che la propria posizione non sarebbe diversa da quella di un normale giocatore online e ha negato di avere utilizzato le somme per sostenere uno stile di vita lussuoso. Il giudice si è riservato di decidere sulla richiesta di revoca degli arresti domiciliari dopo avere acquisito il parere del pubblico ministero.
Il nodo centrale dell’inchiesta, però, non riguarda soltanto il rapporto numerico tra denaro entrato e denaro restituito. La questione decisiva è comprendere quale fosse la reale natura economica e giuridica dell’operazione. Se più persone consegnano capitale a un soggetto, rinunciano a decidere direttamente come impiegarlo e attendono un rendimento dipendente dall’attività del gestore, il fenomeno può assumere caratteristiche diverse da una semplice giocata tra amici.
In questa prospettiva si inserisce l’analisi dell’avvocato Giovanni Spinapolice, che assiste alcune persone che si considerano danneggiate. Il punto da verificare è se il sistema presentasse gli elementi tipici di un investimento finanziario, vale a dire l’impiego di capitale, l’aspettativa di un rendimento e l’assunzione di un rischio collegato alla gestione delle somme. Qualora tali elementi risultassero presenti, sarebbe necessario stabilire se l’attività richiedesse autorizzazioni specifiche e se queste fossero state effettivamente ottenute.
La denominazione utilizzata dai protagonisti non basta a risolvere il problema. Chiamare un’operazione scommessa collettiva, gruppo di gioco o iniziativa tra conoscenti non ne determina automaticamente la natura giuridica. Nei procedimenti economici e finanziari conta soprattutto la sostanza concreta dei rapporti. Occorre quindi esaminare le modalità con cui l’iniziativa veniva proposta, le promesse formulate, l’autonomia dei partecipanti, la disponibilità delle somme e il modo in cui venivano rappresentati i possibili guadagni.
Un altro aspetto rilevante riguarda la ricostruzione dei movimenti bancari. Il singolo bonifico può apparire come un trasferimento ordinario tra privati. Una sequenza di versamenti provenienti da numerosi soggetti, seguita da impieghi, restituzioni o trasferimenti verso altri conti, può invece rivelare l’esistenza di un’attività organizzata. Gli accertamenti dovranno seguire il percorso del denaro, verificando chi lo abbia ricevuto, chi lo abbia gestito, dove sia stato destinato e quali soggetti abbiano contribuito al funzionamento del sistema.
L’indagine potrebbe estendersi oltre la posizione di chi avrebbe materialmente incassato le somme. Sarà necessario accertare l’eventuale ruolo di intermediari, collaboratori, titolari di conti o soggetti che abbiano facilitato la raccolta e la movimentazione del denaro. La responsabilità non può essere presunta e dovrà essere dimostrata per ogni singola posizione. L’analisi della rete operativa resta però indispensabile per capire se ci si trovi davanti a rapporti occasionali oppure a un meccanismo strutturato.
La vicenda pone infine una questione più ampia, destinata a riproporsi nell’epoca dei social network. La raccolta di denaro può essere presentata con parole informali, affidata alla reputazione personale di chi la propone e diffusa in comunità digitali fondate sulla fiducia. Ma quando vengono coinvolti capitali, rendimenti attesi e gestione altrui del rischio, la linea di confine tra iniziativa privata, gioco condiviso e attività finanziaria diventa molto sottile.
Saranno gli accertamenti documentali, bancari e fiscali a chiarire la destinazione delle somme e la reale struttura dell’operazione. La difesa punta sulla volontarietà dei versamenti e sulle restituzioni effettuate. Le persone offese chiedono invece di comprendere dove sia finito il denaro e se il sistema fosse autorizzato. Il procedimento dovrà trasformare queste versioni contrapposte in fatti verificati, ricostruendo responsabilità, perdite e benefici.


